Cosa significa per me portare

Cosa significa per me portare…
Quando aspettavo Francesco, sognavo e programmavo una vita a tre da favola. Ero certa che il parto sarebbe stato difficile ma superabile, e che nulla sarebbe potuto essere poi così orribile se sarebbe servito ad avere il mio cucciolo tra le braccia.
Avevo dei dubbi.
A volte pensavo se fossi stata una brava madre, se fossi stata davvero, istintivamente, capace di capire i suoi bisogni come tutte raccontavano, se davvero lo avrei amato incondizionatamente sulla fiducia senza sapere che carattere avrebbe avuto. Sentivo parlare della Depressione Post Partum, ma nella mia vita ho dovuto affrontare così tanti problemi e li ho superati rialzandomi e rinascendo dalle mie ceneri come il mio animale (mitologico) simbolo ed ero certa che ne sarei uscita indenne anche dal Post Partum.
Ma la vita trova sempre il modo di stravolgere i tuoi piani…
Il parto è stato un completo disastro, vittima di quella che ora è soprannominata Violenza Ostetrica, passai 10 giorni in ospedale tra rifiuto della trasfusione, abbandonata a me stessa dal personale medico, ignorata nelle mie richieste e trattata male. Tornata a casa, molte delle cose successe in ospedale le associavo a mio marito, sostenendo che era rimasto inerme senza difendermi abbastanza. L’unica cosa che sembrava funzionare, dopo 20 giorni che ero a casa non andava più bene. Mio figlio non prendeva abbastanza peso e la pediatra mi intimò con fare catastrofico di dare a mio figlio l’aggiunta. Io intanto continuavo a prendere farmaci a causa dei problemi causatemi in ospedale, continuavo ad vere l’emoglobina a 5.0. A svenire spesso nella notte e a litigare con parenti invadenti che davano consigli non richiesti e insinuavano che il mio latte non fosse buono per mio figlio. Le mie amiche “di baldoria” sparite, le poche rimaste non avendo figli non riuscivano nemmeno a concepire come io mi sentissi abbattuta e lontana anni luce dalla mia vita precedente. Le mie amiche mamme sembravano avere tutte la verità assoluta in tasca, eppure non vi erano tra loro pareri concordanti. I miei unici sorrisi erano per mio figlio che nonostante quanto fosse piccolo mi riempiva a sua volta di sorrisi e ‘blableggi’ e che riconoscevo chiaramente innamorato dei miei occhi, del mio odore e delle mie mani. Io volevo allattare ad ogni costo ma detestavo avere i capezzoli in fiamme e passare ore bloccata su un divano a guardare la tv o leggere stupidaggini sui social mentre lui succhiava con estrema calma dal mio seno. Mio marito aiutava come poteva, ma cominciavo a notare un po’ di titubanza in lui al mio continuo controbattere alla pediatra, non fidarmi dei suoi pareri e fare di testa mia. Mi sentivo sola! Tutte le madri si sentono sole. Anche quelle davvero fortunate che hanno sempre l’aiuto della mamma in casa, quindi qualcuno che le aiuta nelle faccende della loro amata casa, che nel frattempo si è trasformata in un campo di battaglia, mentre loro si occupano del piccolo. O quelle un po’ meno fortunate che hanno le suocere sempre in casa (non me ne vogliate suocere, magari voi siete la fantastica eccezione che conferma la regola, ma esiste una regola e voi lo sapete!) che vi tengono il piccolo mentre voi riordinate casa tra una ‘tettata’ e un cambio pannolino. Anche queste mamme appena menzionate, di cui io non faccio parte, si sentono sole dopo il parto. Perché la verità è che dopo l’arrivo di un bambino gli ormoni ti schizzano alle stelle, le giornate diventano interminabili e tu vedi scorrere veloce il tempo degli altri, mentre solo tu vedi la tua vita rallentare sullo sfondo di pannolini, tette al vento, docce rimandate, bagnetti traumatici, nottate di ninnananne-tetta e “ti alzi tu, per favore?”…
Capisci cos’è essere mamme solo dopo che tuo figlio nasce… Lui ha bisogno di te, in tutto e per tutto. DIPENDE da te, in tutto e per tutto. Tu sei il suo mondo, l’unica che può capirlo, l’unica che DEVE capirlo, ne va della sua vita. E nel tuo cervello scatta qualcosa per cui tu devi essere la miglior madre possibile, perciò anche tu hai bisogno di lui. Perché solo se a lui non mancherà nulla, se la sua crescita è nella norma, se è un bimbo sereno, se sta bene, se bagna abbastanza pannolini, se li sporca abbastanza volte, se fa tutto quello che il suo periodo di crescita prevede tu sarai stata all’altezza del tuo compito e avrai realizzato il progetto che la natura ti ha imposto e per cui sei fatta.
Chi non è mamma tutto questo non lo comprende. Ma funziona così.
Se dovevo passare ore sul divano era ora di impiegarle in cose utili. Se in gravidanza mi ero tenuta impegnata alternando romanzi fantasy ai saggi di Tracy Hogg, ora il libro era “Allattamento” di Paola Negri.
Inizio a prendere tutto alla lettera e a seguire passo passo ciò che suggerisce, mi trovo bene. Ricomincio ad acquistare fiducia in me. Anche mio marito, non deve più fidarsi solo di una mia sensazione, insieme leggiamo i passi più salienti. Siamo convinti: il mio latte è buono, è il meglio per il piccolo. Togliamo pian piano queste aggiunte, attacchiamolo più spesso. Buttiamo la bilancia e il tiralatte.
Nel libro si parla delle fasce portabebè. Dei benefici per l’allattamento. Contatto una mia collega di lavoro a cui l’avevo vista. Inizio ad esplorare questo mondo. Provo la mia prima fascia elastica. Ho le mani libere. Posso fare qualunque cosa, posso pensare alla mia casa mentre lui mi sta sul cuore, se mi sbrigo a fare tutto in casa con lui addosso, posso attaccarlo al seno e poi uscire a fare una passeggiata. Nulla poteva più fermarmi. Controllare il suo respiro e guardarlo dormire beato addosso a me mentre io facevo altro. Non dover fare nemmeno un metro per controllare se stesse bene. Era attaccato a me.
“Usciamo? Mi vieni a prendere?” “Sicuro che respira li dentro?.. -Guarda tu stessa! -Oddio come dorme beato!” “Togliamo il passeggino dalla macchina, così abbiamo più spazio per le buste” “Si sta innervosendo, deve mangiare e dormire sto cucciolo, mettitelo in fascia” “Ciao, noi portiamo il cane fuori!” “Ma dai.. gli piace il suono dell’aspirapolvere! Ci si addormenta?” “Dai dai, mettilo in fascia così ci sbrighiamo prima!” “Si si.. Lei fa così, lo mette in fascia e lui dorme, e lei si fa i caxxi suoi, ovunque, come vuole e lui sta!” ” Ma quindi stasera usciamo? si, ma portati la fascia” ” Ma pure in bagno mo’? -e che dovevo fare, erano tre ore che aspetto si addormentasse per fare pipì!” “Ma come ti muovi all’Expo’, con il caldo che fa a Milano, con un bimbo di 5 mesi, ma dai… vabbe’ che tu te lo metti in fascia” “Niente stanotte non vuole dormire! -e dai su, mettitelo in fascia!” “Ma ti passa le pinze mentre stendi il bucato?”
Mio figlio stava bene, era sempre sorridente, sbirciava tutto il mondo dal mio petto, e ogni tanto si lasciava andare ad un sonnellino cullato dal movimento e dal suono del mio cuore, che per 41 settimane era stato la sua ninna nanna. Si nutriva dal mio seno che era sempre a portata di bocca, anche se preferivo sempre fermarmi e trovare il tempo per nutrirci insieme, lui del mio latte e io del mio inseparabile mix di frutta secca e cereali. Io mi sentivo indipendente, ero tornata a riprendere in mano la mia vita. Ero risorta ancora una volta dalle ceneri. Pochi gli amici di un tempo rimasti, ma almeno sapevo che questi erano certi. In compenso molte nuove amiche, quelle che condividevano con me la bellezza e la responsabilità di essere mamme. Con mio marito condividevo ora la passione più grande, siamo genitori canguro ad alto contatto. E poi anche lui allattava… e si, perché la notte, senza starci troppo a pensare fissarci o disperarci, ma con totale consapevolezza, siccome io necessitavo più che mai di riposare a sonno pieno visto le giornate che mi attendevano, era lui a svegliarsi per la poppata di mezzanotte e preparare un biberon del tanto temuto latte artificiale, che ormai in casa nostra non era più il nemico, ma un ausilio a cui ricorrere la notte con e per il benestare della mamma.
Gli ormoni erano tornati nei loro ranghi, l’equilibrio e il senso pratico che mi contraddistinguono da sempre erano tornati a farmi visita e per restare a lungo.
Cosa significa per me portare? Significa non restare sole. Significa NON SENTIRSI sole. Significa il MIO modo di trovare un equilibrio tra essere una buona madre, attenta alle esigenze del proprio piccolo, e non essere solo quello. Dargli il meglio, riservandomi la possibilità di non scordarmi di me. Essere orgogliosa del mio modo di affrontare i suoi bisogni senza rinunciare a nulla. Trovare sempre il tempo per lui.
E così sono diventata anche io una mamma con la verità in tasca: non dorme abbastanza, vuole stare sempre in braccio, soffre di rigurgito, allattamento difficile, colichette, ti senti triste…. Una sola risposta: Portalo!

2 pensieri riguardo “Cosa significa per me portare

  1. Bellissima questa tua esperienza riportata. Portare, è così naturale, così umano questo contatto e modo di vivere la maternità, perché è proprio questo..un modo di vivere.

    Un abbraccio.

    Manny

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